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Storia dell'Acqua d’Orz / Acqua d’Oorcio PDF Stampa E-mail
Scritto da Luigi Rigazzi   
Martedì 27 Settembre 2016 19:09

L’acqua d’òrz / orcio è una bibita dalle origini molto antiche, che fa parte della cultura e della tradizione del popolo reggiano, perché se ne hanno notizie sin dal 1400. L’orzo, come vedremo, c’entra poco o quasi nulla con questa bevanda. Piuttosto si è portati a pensare che la denominazione acqua dòrz sia una corruzione avvenuta nel tempo del termine “orcio”, perché questa bevanda veniva trasportata e tenuta al fresco negli orci. Scrive Numa Ciripiglia che forse prima del XV secolo, quando ancora non era conosciuta la liquirizia, l’acqua d’òrz si faceva con l’orzo, pianta nota all’uomo sin dall’antichità, usata per la panificazione, per la fabbricazione della birra, per farne bevande e nell’alimentazione animale. Ma proprio nel XV secolo fu importata in Europa dai monaci Benedettini la liquirizia, presente in Cina da diversi millenni e utilizzata come rimedio curativo. La Glycyrrhiza glabra / Liquirizia è una pianta erbacea perenne alta fino a un metro, appartenente alla famiglia delle Leguminose, che contiene zuccheri, potassio, calcio, magnesio, fosforo ed altri minerali. Da questa si ricavò l’acqua d’òrz, come ultimo sviluppo di una storia millenaria. Nel vicino Medio Oriente la bevanda era conosciuta sin dall’antichità, sia dai Babilonesi che dagli Egizi, già 4.000 anni prima dell’era volgare. Ne sono state trovate attestazioni nei papiri di alcuni ricettari medici per i problemi di stomaco e fegato e addirittura delle vere e proprie tracce nella tomba del Faraone Tutankhamon. Si sa che i medici Greci, Romani ed Arabi la impiegavano per curare la tosse, i dolori di stomaco e le indigestioni. Ma soprattutto in Cina era apprezzata per i suoi poteri curativi: come risulta dal primo erbario a noi noto. La liquirizia viene utilizzata da circa 5.000 anni ed è una delle piante più importanti. I medici Cinesi la prescrivevano da sempre anche loro, per curare la tosse, i disturbi del fegato e le intossicazioni alimentari. Tornando al Vicino Oriente, per le strade di Istanbul, Damasco, Il Cairo e nelle capitali del Maghreb da millenni si incontrano per le strade degli ambulanti con pantaloni larghi alla turca, con sulle spalle una volta un orcio o un otre, oggi un recipiente cilindrico pesante in lamiera pieno di Erk Sous / Succo di liquirizia. A Reggio Emilia se ne ha notizia sin dal 1412 da un editto del Governatore della città, Ippolito Malaguzzi (nonno di Ludovico Ariosto), il quale autorizzava la vendita “dentro le mura” sulla Piazza Maggiore (l’odierna Piazza Prampolini) dell’ Acqua d’òrz. Come questa bevanda sia arrivata a Reggio Emilia è un mistero, ma secondo Giorgio Maioli, probabilmente fu introdotta dai commercianti reggiani che valicavano gli
Appennini e si recavano in Toscana per i loro commerci, perché più redditizi di quelli con le città limitrofe come Modena e Parma che avevano gabelle pesantissime, e poi perché la Toscana in quegli anni era all’avanguardia per l’apporto di idee e di merci provenienti da tutto il mondo conosciuto. Come afferma il Maioli, una delle idee che arrivarono dalla Toscana fu quella di mettere davanti alla bottega un orcio contenente una bibita, al quale potevano attingere gratuitamente i clienti che entravano in bottega, da cui l’appellativo di “Acqua d’orcio”. Il passo successivo fu che alcuni commercianti iniziarono la vendita dell’acqua d’orcio per le strade e qui subentrò l’editto del Governatore Malaguzzi. I Piolanti, la famiglia di mia moglie, sin dal 1910 rilevarono un chiosco di legno ottagonale adibito alla vendita di bibite, che faceva pendam con altri tre chioschi simili sul bordo della piazza di fronte alla statua del Crostolo, ed iniziarono la vendita dell’Acqua d’òrz, attività che la nonna di mia moglie sin dagli anni settanta dell’Ottocento aveva appreso da bambina collaborando con una signora che aveva un banchetto per l’òrz all’altezza della galleria del Broletto. Scrive a tal proposito Numa Ciripiglia: “ In passato il <<sùg>> era confezionato soltanto da certe fruttivendole e da donnette le quali esercitavano – durante la stagione estiva – esclusivamente la minima, infima industria della vendita dell’<> che spacciavano al prezzo di un centesimo per ogni bicchiere, ampio quanto una capace tazza. Questa bibita, dissetante e gradita, era venduta all’aperto su certi tavolinetti dipinti di bianco, o allo sportello di << chiosc>> ove troneggiavano la bottiglia di vetro trasparente con il <<sùg>> e la botticella con l’acqua di scorta. I richiedenti bevevano stando in piedi davanti alla mescita, ma ove ciò fosse stato richiesto, <<l’acqua d’òrz="">> era anche recapitata a mezzo di appositi porta bicchieri detti <> formati da un cilindretto di lamiera di ottone, mantenuto lucidissimo, alto un po’ meno, largo un po’ più del bicchiere e munito di un manico arcuato che si elevava circa una spanna sopra i margini del cilindretto ai cui fianchi era saldato. Di tali <> ve n’era per un solo bicchiere, ed anche per due: raramente per un numero maggiore.” La famiglia di mia moglie ha tenuto aperto il chiosco sino al 1980, rifornendosi abitualmente di pani di liquirizia pura da un grossista di Catania. A tal proposito voglio raccontarvi un aneddoto curioso: il fornitore dei pani di liquirizia un giorno volle capire chi era che comprava da anni una quantità industriale di liquirizia pura, degna di una ditta farmaceutica o di un
laboratorio di trasformazione. Presentatosi a casa di mia moglie, rimase veramente sorpreso e meravigliato quando apprese che serviva per fare il “sùg”, lo sciroppo per l’Acqua d’òrz. Veniamo ora alla preparazione del <<sùg>>, lo sciroppo di liquirizia che serve per ottenere l’acqua d’òrz. Si faceva bollire in un paiolo di rame della liquerizia pura in pani e della liquirizia in stecche di legno, fino a ricavarne uno sciroppo molto denso, <>, che veniva trasportato in piazza con dei secchi di lamiera smaltati e messo a refrigerare nel banco frigo. Prelevato con la cuccuma versato nel bicchiere, allungato con acqua si otteneva il meraviglioso bicchiere d’acqua d’òrz, che si poteva correggere con l’aggiunta di menta o limone. E’ questa la bibita che i reggiani per più di cinquecento anni hanno sempre amato ed apprezzato sia per le sue qualità rinfrescanti che curative.

Luigi Rigazzi

 

1 Numa Ciripiglia, Cucina tradizionale reggiana. Notizie e commenti, Libreria Nironi & Prandi, Reggio Emilia 1944, pp. 20.
2 Numa Ciripiglia, Cucina tradizionale reggiana.Notizie e Commenti, op. cit, pp, 20.
3 Giorgio Maioli, I racconti della tavola reggiana, duemila anni a tavola, Tecnograf, Reggio Emilia 2006, pp, 150.
4 Numa Ciripiglia, Cucina tradizionale reggiana. Notizie e Commenti, op,cit,, pp, 19,20.
 
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