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Cucine del Popolo 2012: anarchici ancora a tavola PDF Stampa E-mail
Scritto da Giorgio Sacchetti   
Venerdì 27 Luglio 2012 16:10

Gli intenti iniziali sono stati perseguiti. L’attenzione si è in varia misura concentrata su tre aree di interesse: Cibo / socialità nella storia delle classi subalterne; Cibo e avanguardie artistiche; Produzioni naturali e Denominazioni Comunali. Il tutto seguendo il fil rouge delle culture libertarie, dal movimento operaio e contadino al radicalismo novecentesco, fino all’attualità in chiave di recupero in senso qualitativo, ecologico sociale ed equo solidale, dell’atto di cibarsi / produrre “per il pane e per le rose”. Già il volume pubblicato (l’unico purtroppo) con gli atti del primo convegno raccoglie spunti di riflessione utili per un percorso di studio sul nesso storico cibo / sovversione / solidarietà: dai bicchieri gucciniani e ribelli del suburbio proto-industriale al “godere operaio” del 1977; dalle mense solidali dei minatori alla gastronomia fantasiosa dell’Emilia rossa e proletaria; dalla cucina parsimoniosa dei contadini toscani ai pranzi eroici futuristi intrisi di maschilismo e di rivolta antiborghese; dai cibi resistenti e antifascisti a quelli rivoluzionari…

L’emancipazione sociale come prassi anti-autoritaria (“senza prendere il potere” come si dice) e la lotta risoluta al mondo disumano delle merci hanno tentato così di collegarsi, idealmente, alle pratiche quotidiane ispirate al diritto innato di ciascun abitante del pianeta all’utilizzo delle risorse che gli sono necessarie per vivere e, di più, per conseguire finanche l’eccellenza agro-alimentare e la felicità. Constatando il fallimento del modello agricolo industrializzato e basato sui brevetti sostenuto dal WTO e dagli Stati, si è rivendicato la sovranità alimentare locale, il piacere responsabile e libero, il diritto al cibo sicuro e nutriente, la ricostruzione di una filiera democratica territoriale produttore-consumatore, in antagonismo inconciliabile all’attuale sistema distributivo (“un merdaio” per dirla con Veronelli). Da sempre refrattari ad ogni omologazione e quindi anche a quella gastronomica, rispettosi però dei convincimenti individuali e dei miti collettivi anche non condivisi, delle particolari culture antropologiche, di tutte quelle diversità insomma che si aprono al dialogo rinunciando al dominio. L’identità alimentare come concetto ha forti valenze di ambiguità. La cucina è il luogo della sperimentazione, della comunicazione creativa e della contaminazione culturale. Al contrario essa, con grandi forzature, viene utilizzata quale elemento caratterizzante i connotati di presunte piccole patrie. L’apologia delle tradizioni e delle radici – spesso praticata anche da inconsapevoli assessori di paese – costituisce premessa al rifiuto dell’altro, negazione all’incontro, ragione vantata come legittima dai nativi e dai penultimi arrivati per l’esclusione degli ultimi. La cucina storicamente autentica in realtà non esiste, perché la cucina è invenzione e linguaggio, fenomeno culturale e sociale risultato di processi in continuo movimento, suscettibile di infinite variabili e declinazioni. Come la Rivoluzione.

 
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